Il Progetto prevede, in occasione dell'IYPE, l'organizzazione del primo Congresso Internazionale indirizzato principalmente ai giovani ricercatori e professionisti attivi nel campo delle Scienze della Terra - under 35 ( First World Young Earth Scietists -Y.E.S.- Congress ).
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Hawaii
- Hilo "capitale dello tsunami" degli Stati Uniti
Alcuni dati raccolti in occasione dello tsunami che si è abbattuto
sulle Hawaii nel 1960 a seguito del terremoto del 22
maggio in Cile ci possono dare un'idea più
concreta della violenza del fenomeno.
Il terremoto venne stimato di magnitudine 8.6 ed il suo epicentro fu localizzato
al largo delle coste del Cile centro-meridionale, ad una profondità
di 33 km.
I primi effetti devastanti dello tsunami si manifestarono, come è
ovvio, sulle coste cilene nei minuti immediatamente seguenti alla registrazione
del terremoto, ma le onde innescate dall'evento stavano ormai propagandosi
a grande velocità anche in direzione opposta, raggiungendo, circa
15 ore dopo, le coste hawaiane distanti 10.000 km dall'epicentro.
Non si è trattato, però, di un evento assolutamente insolito
ed unico: nella storia di queste isole, infatti, data la posizione particolarmente
esposta, si sono verificati spesso tali fenomeni di violenta interazione
tra mare e terra e proprio la città di Hilo è
stata frequentemente interessata da onde di tsunami, tanto da meritarsi
la reputazione di "capitale dello tsunami"
degli Stati Uniti.
Lo tsunami più distruttivo nella storia recente di questo arcipelago
si è verificato il 1 aprile 1946, in occasione del terremoto di
magnitudine 7.1 con epicentro in Alaska (Isole Aleutine); il massimo runup
misurato fu di 16.8 metri a Pololu Valley (Big Island), con le onde che,
in alcune aree, penetrarono per quasi un chilometro nella terraferma.
Proprio per ridurre al minimo la perdita di vite umane nell'arcipelago
delle Hawaii e nei propri territori del Pacifico, gli Stati Uniti hanno
attivato, a partire dal 1948, il Pacific Tsunami Warning System, un sistema
di osservazione e monitoraggio che, combinando rilevazioni sismologiche
con misurazioni dei cambiamenti del livello dell'acqua in stazioni di
rilevamento sparpagliate nell'Oceano Pacifico, è in grado di prevedere
il possibile insorgere di uno tsunami e, in caso di pericolo, lanciare
l'allarme per attivare le procedure di evacuazione della popolazione.
Ma non è sicuramente questa l'unica zona del pianeta in cui uno
tsunami può portare il suo carico di devastazione, come eloquentemente
dimostra quanto è accaduto il 17 luglio 1998 in Nuova Guinea e
come testimoniano i ripetuti episodi che hanno funestato le isole del
Giappone.
Certo è che le Hawaii, con la loro collocazione geografica che
le vede immediatamente a ridosso della zona sismicamente più attiva
dell'intero pianeta, il cosiddetto "anello di fuoco"
situato nell'Oceano Pacifico, sono fatalmente destinate a sperimentare
più di ogni altro luogo le conseguenze degli eventi sismici.
TSUNAMI
ITALIANI
Dovendo parlare dello tsunami è certamente giusto dare grande risalto
alle manifestazioni più eclatanti e disastrose del fenomeno citando
inevitabilmente le regioni che più di tutte al mondo sono tristemente
flagellate dalla grande onda (e ci riferiamo soprattutto alle Hawaii,
al Giappone e all'Alaska), ma riteniamo interessante citare anche quanto
è avvenuto in casa nostra.
Anche l'Italia è, infatti, zona potenzialmente soggetta agli tsunami,
non fosse altro che per la sua posizione peninsulare e per l'alta sismicità
di alcune regioni.
Gli episodi di tsunami più imponenti (ma anche altri di minore
intensità) hanno colpito l'Italia meridionale, specialmente le
coste pugliesi, siciliane e calabresi, e possono essere riferiti ai terremoti
verificatisi negli anni 1627, 1693, 1783 e 1908.
Promontorio del Gargano –
30 luglio 1627
Si tratta di uno dei maggiori tsunami che hanno interessato le coste italiane
dell'Adriatico meridionale e si verificò il 30 luglio 1627 interessando
il promontorio del Gargano.
Lo tsunami fu innescato da un terremoto (undicesimo grado della scala
Mercalli) con epicentro a nord-est di San Severo (5.000 furono complessivamente
le vittime imputabili direttamente al sisma) e colpì la zona costiera
tra Fortore e San Nicandro, nei pressi del Lago di Lesina nel Gargano
Settentrionale.
La zona, dopo un primo ritiro delle acque, venne completamente sommersa
dal mare. Il fronte d'acqua associato allo tsunami deve essere stato veramente
impressionante: cronache dell'epoca riferiscono che la città costiera
di Termoli "precipitò" nel mare; sicuramente si tratta
di un'iperbole letteraria, ma rende molto bene la drammaticità
dei fatti.
Anche altre città furono interessate dall'evento. A Manfredonia,
città costiera uscita praticamente indenne dagli effetti del terremoto,
si registrò un runup dell'ordine di 2-3 metri.
Un'importante considerazione (E. Guidoboni e S: Tinti - A review of the
historical 1627 tsunami in the Southern Adriatic, Tsunami Hazards vol.6
n.1, 11; 1988) riguarda l'estrema pericolosità dell'evento se dovesse
ripetersi ai giorni nostri.
La zona interessata, infatti, praticamente disabitata all'epoca dell'evento,
è oggi sede di un forte insediamento abitativo e numerose strutture
turistiche sono sorte a ridosso della costa.
Terribile sarebbe il pedaggio da pagare sia in perdite di vite umane sia
in danni economici al patrimonio per la distruzione generalizzata che
deriverebbe dal verificarsi di un terremoto/tsunami analogo a quello del
1627.
In Val di Noto (Sicilia orientale) - 11 gennaio 1693
Il giorno 11 gennaio 1693 si verificò in Val di Noto (Sicilia orientale)
un terremoto di magnitudo 6.8 che causò la morte di 70.000 persone
e la distruzione pressoché totale di villaggi e cittadine nelle
provincie di Siracusa, Ragusa e Catania; in quell'occasione Catania, Augusta
e Messina furono colpite anche da uno tsunami che buttò sulla spiaggia
numerose imbarcazioni e causò danni al monastero di S. Domenico
in Augusta.
Calabria - 5 febbraio 1783
Nel febbraio 1783 la Calabria sperimentò la più violenta
e persistente sequenza di terremoti di cui si abbia memoria negli ultimi
duemila anni.
Il giorno 5 febbraio venne dato l'avvio a tale terribile sequenza con
un terremoto che danneggiò circa 400 paesi causando 25.000 vittime,
gran parte delle quali causate dall'incendio che si sviluppò dopo
il sisma nella città di Messina.
Lo tsunami innescato dal terremoto colpì duramente le coste calabresi
da Messina a Torre del Faro e da Cenidio a Scilla.
Messina, Reggio Calabria , Roccella Ionica, Scilla e Catona ebbero le
strade allagate e l'acqua del mare si addentrò nella terraferma
per quasi due chilometri.
Il giorno seguente si verificò una seconda scossa tellurica e il
conseguente tsunami provocò un grandissimo numero di vittime, soprattutto
nella Calabria meridionale (Scilla): la particolarità di questo
tsunami è che non venne innescato direttamente dalla scossa di
terremoto, ma dallo scivolamento in mare di una parte del Monte Paci.
Molti abitanti di Scilla, spaventati dalla terribile sequenza delle scosse,
cercarono rifugio sulla spiaggia, ma qui vennero sorprese dalla terribile
ondata alta fino ai tetti delle case: le vittime in seguito allo tsunami
furono oltre 1.500.
Il massimo runup (9 metri) venne registrato a Marina Grande (Scilla),
ma in molte altre località (Peloro, Torre del Faro, Punta del Pezzo)
il fronte d'acqua raggiunse la già notevole altezza di circa 6
metri.
Messina - 28 dicembre 1908
E siamo giunti forse al più intenso dei terremoti che mai siano
avvenuti in Italia, vale a dire a quello che il 28 dicembre 1908 (undicesimo
grado della scala Mercalli) causò la completa distruzione di Messina,
Reggio Calabria e di molte altre località siciliane e calabresi.
Non si trattò di una scossa isolata, dal momento che durante i
tre giorni successivi ci furono oltre sessanta repliche di minore intensità
e ben duemila furono le scosse di assestamento registrate nei due anni
seguenti.
Per Messina il bilancio fu tragico: 70.000 morti su una popolazione di
170.000 abitanti e oltre il 90% degli edifici distrutto.
Il sisma provocò un violentissimo tsunami, in assoluto il più
grande mai registrato nel nostro Paese, che ovunque si manifestò
con un iniziale ritirarsi delle acque del mare seguito dopo pochi minuti
da almeno tre grandi ondate che portarono ovunque distruzione e morte.
Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro
e Gallico sulle coste calabresi e Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso
su quelle siciliane.
I maggiori runup furono registrati a S. Alessio (11.7 metri) e a Pellaro
(13 metri), ma in molte altre località l'altezza dell'onda fu di
8-10 metri, e dovunque le case situate nelle vicinanze della spiaggia
vennero spazzate via dall'impeto dell'onda.
Stromboli 30 dicembre 2002
Il 30 dicembre 2002 si verificò a Stromboli uno tsunami generato
questa volta non da eventi sismici ma dalla massa di roccia finita in
mare a causa della attività del vulcano.
Si terrà a Messina, dal 29 al 31 Maggio 2008, un appuntamento “geologico – culturale – enogastronomico”, tema del Convegno “Geologia, cultura e sapori di Sicilia”.