Il Progetto prevede, in occasione dell'IYPE, l'organizzazione del primo Congresso Internazionale indirizzato principalmente ai giovani ricercatori e professionisti attivi nel campo delle Scienze della Terra - under 35 ( First World Young Earth Scietists -Y.E.S.- Congress ).
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Tsunami
vulcanici Le cause che possono innescare uno tsunami vanno ricercate in
quei fenomeni in grado di imprimere ad una grande massa d'acqua un movimento
verticale sufficientemente esteso da generare l'onda oceanica. Al primo
posto tra le cause generatrici di tsunami siano certamente da collocare
i fenomeni sismici sottomarini (o comunque con epicentro prossimo alla
costa), ma si è anche sottolineato che l'origine sismica non è
la sola a dover essere considerata: in queste pagine intendo occuparmi
degli tsunami innescati da una particolare tipologia di eruzioni vulcaniche.
E' noto che, generalmente, un'eruzione vulcanica è preceduta e
accompagnata da manifestazioni sismiche anche di notevoli intensità
e questa semplice considerazione ci porta senza ombra di dubbio a dover
catalogare anche i fenomeni vulcanici quali possibili cause del verificarsi
di tsunami, possibilità che diventa certezza nel caso in cui la
struttura vulcanica sia localizzata su piccole isole o in prossimità
della costa.
In modo molto schematico possiamo distinguere due differenti comportamenti
di un vulcano in eruzione: possiamo assistere ad un tranquilla situazione
di tipo effusivo o ad una più spettacolare e violenta classificabile
come esplosiva.
Nel primo caso l'espulsione di magma dal cono vulcanico (colata lavica)
si presenta come un processo tutto sommato tranquillo, che porta ad un
accumulo di materiali intorno alla bocca vulcanica ed al conseguente innalzamento
della struttura vulcanica stessa. Nel caso, invece, di eruzioni esplosive
assistiamo al lancio di frammenti di magma solidificato a grandi altezze
(frammenti piroclastici) ed al loro successivo depositarsi su una superficie
più o meno vasta intorno alla bocca vulcanica dopo aver percorso
traiettorie balistiche sotto l'azione della forza di gravità.
Quando si verificano eruzioni altamente esplosive accompagnate da una
massiccia espulsione di materiali può accadere che si giunga allo
svuotamento della camera magmatica (il serbatoio cui attinge il vulcano)
ed al conseguente collasso delle pareti del cono vulcanico: si forma in
tal modo una struttura denominata caldera, una grande voragine (anche
centinaia di Km quadrati) di forma solitamente circolare o ellittica caratterizzata
da pareti quasi verticali ed al cui interno non è raro si possa
formare un lago.
Se un'eruzione esplosiva ed il susseguente collasso coinvolge strutture
vulcaniche sulla terraferma le conseguenze sono soprattutto di natura
sismica, ma allorché il fenomeno si verifica in presenza di acqua
le cose cambiano.Quando l'acqua si infiltra all'interno di fratture nel
sottosuolo dovute ad attività sismiche, raggiungendo il magma,
essa tenderà ad andare in ebollizione. Se le rocce del tetto sono
impermeabili, lo sfogo dei gas e dei vapori è impedito fino a che,
per il progressivo aumento della pressione non si verifica l'apertura
di uno o più passaggi che ne consentono la liberazione violenta;
la conseguente diminuzione della pressione provoca la vaporizzazione immediata
dell'acqua surriscaldata con emissione esplosiva di vapori misti a materiale
roccioso più o meno polverizzato (Eruzione freatica). Nelle eruzioni
sottomarine, la pressione idrostatica superiore a quella critica dell'acqua
rende impossibile la liberazione di vapore acqueo, mentre i gas sfuggiti
si disciolgono in acqua durante la risalita. Dal punto di vista fisico
si tratta di una trasformazione dell'energia: si passa dall'energia termica
posseduta dal magma incandescente a quella meccanica insita nell'esplosione.
Tale trasformazione sarà caratterizzata da una maggiore o minore
efficienza a seconda del rapporto tra le quantità di magma ed acqua
che vengono a contatto. Per avere un'idea più precisa di ciò
che può comportare il verificarsi di tali eventi esplosivi esaminiamo
dunque quanto è accaduto al vulcano Krakatau.
Krakatau
1883 Prima della sua completa distruzione avvenuta nel 1883, l'isola
Krakatau - dizione considerata più corretta di Krakatoa, usata
fino a qualche tempo fa - si ergeva sul mare dello stretto della Sonda
tra le isole di Giava e Sumatra.
La zona appartiene alla cintura vulcanica della Sonda, che deve la sua
origine alla subduzione tra due placche tettoniche, in altre parole allo
scivolamento della placca tettonica Indiano-Australiana al di sotto di
quella Eurasiana.
Verso il 416 d. C. una violentissima esplosione (la prima di cui si abbia
un ricordo storico) distrusse il vulcano formando una caldera di 7 chilometri
di diametro e lasciando, quali testimoni di questo cataclisma, le isole
di Verlaten, Lang e Krakatoa. Quest'ultima, le cui dimensioni erano di
5 chilometri per 9, ospitava tre cime vulcaniche allineate in direzione
nord-sud: il Perbuwatan (circa 90 metri), il Danan (400 m) ed il Rakata
(800 m). Nei primi mesi del 1883, dopo circa 200 anni di inattività,
il vulcano Perbuwatan si destò: una forte scossa di terremoto segnalò
che qualcosa stava per succedere...L'attività sismica divenne più
intensa a partire dal 20 maggio, quando il vulcano riprese in pieno la
sua attività eruttiva e sulla sua cima troneggiava una colonna
di polveri alta 11 chilometri; circa 30 giorni più tardi la stessa
cima del Perbuwatan venne distrutta da una forte esplosione e la colonna
eruttiva venne stimata in circa 20 chilometri (e forse più). Nei
primi giorni di agosto entrò in attività anche il Danan:
era il chiaro segnale che la tranquillità dell'intero complesso
vulcanico dell'isola Krakatau era definitivamente terminata. L'azione
del sistema vulcanico raggiunse il culmine il 26 agosto 1883 quando, a
causa dell'ostruzione della bocca principale, si verificò la prima
di una serie di altre terribili esplosioni. La nube di cenere si levò
27 chilometri al di sopra dell'isola Krakatau: uno spettacolo imponente,
ma si trattava solamente delle prove generali per ciò che sarebbe
accaduto il giorno seguente.
Il 27 agosto 1883, infatti, l'attività parossistica raggiunse il
culmine e si verificarono quattro violente esplosioni (rispettivamente
alle 5:30,6:44,10:02 e 10:52 ora locale). L'episodio delle 10:02 fu il
più violento di tutti, tanto che ben due terzi dell'isola furono
spazzati via dall'esplosione e la variazione di pressione indotta venne
registrata alle 10:15 dagli strumenti dell'impianto di produzione del
gas di Batavia: è stato valutato che il volume dei materiali eiettati
dall'eruzione sia stato di circa 21 km3 e si ritiene che almeno 1.5 km3
di polveri siano stati sospinti fino a 27 chilometri di altezza.
Più dei dati, può raccontarci in modo estremamente eloquente
l'immane cataclisma che ha sconvolto l'isola un confronto tra due semplici
disegni che la raffigurano prima e dopo il 27 agosto 1883. Dell'isola
tropicale originaria, dunque, rimase solamente qualche brandello ed un
enorme buco di una decina di km profondo 300 metri, immediatamente La
causa di tutto ciò può essere ricercata nel collasso della
camera vulcanica del sistema Krakatau e nella conseguente formazione di
una immensa caldera sottomarina: il contatto tra l'acqua dell'oceano ed
il magma ha innescato quei fenomeni idrovulcanici descritti poc'anzi,
sfociati nella violentissima e distruttiva esplosione dell'intera isola,
un evento la cui energia è stata stimata equivalente a 150 Mton.
L'intensità distruttiva di una eruzione viene espressa numericamente
dall'indice diesplosività (Volcanic Explosivity Index o VEI) attribuito
all'evento, indice che per l'eruzione del Krakatau viene solitamente fissato
in 6, collocando in tal modo l'episodio tra quelli più violenti
verifìcatisi sul nostro pianeta in tempi moderni.
VEI
ALTEZZA (1)
VOLUME (2)
CLASSIFICAZIONE
ESEMPIO
0
<100 m
1000 m3
Hawaiana
Kilauea
1
100 m - 1 km
10.000 m3
Hawaiana/Stromboliana
Stromboli
2
1-5 km
1.000.000 m3
Stromboliana/Vulcaniana
Galeras, 1992
3
3-15 km
10.000.000 m3
Vulcaniana
Ruiz, 1985
4
10-25 km
100.000.0000 m3
Vulcaniana/Pliniana
Galunggung, 1982
5
>25 km
1 km3
Pliniana
St. Helens, 1981
6
>25 km
10 km3
Pliniana/Ultra-Pliniana
Krakatau, 1883
7
>25 km
100 km3
Ultra-Pliniana
Tambora, 1815
8
>25 km
1000 km3
Ultra-Pliniana
Yellowstone
(1) altezza della nube vulcanica
(2) volume dei materiali espulsi
Gli
effetti dell'esplosione del Krakatau si ripercossero su scala mondiale:
il rombo dell'esplosione fu udito fino all'Isola Rodriguez nell'Oceano
Indiano (ad una distanza di 4650 chilometri), la cenere cadde su Singapore
(840 chilometri a nord), sulle Isole Cocos (nell'Oceano Pacifico a 1150
lem di distanza) e, trasportata in alta quota, raggiunse persino la città
di New York.
L'onda di pressione originata dallo scoppio venne registrata dai barografi
di tutto il mondo, che segnalarono almeno 7 suoi passaggi nei 5 giorni
seguenti all'esplosione. Lo stretto della Sonda fu immerso nell'oscurità
fino al giorno seguente. Il velo di polvere e cenere trasportate dalle
correnti nell'alta atmosfera fino ad una quota di 80 chilometri originò
spettacolari effetti cromatici all'alba e al tramonto, comportandosi come
un vero e proprio filtro per la radiazione solare; questione ancora dibattuta
è se tale filtro possa aver determinato o meno un abbassamento
globale della temperatura sull'intero pianeta.
Lo scenario apocalittico, succintamente tratteggiato, è reso ancor
più drammatico
allorché si considera il tragico bilancio di peredite umane, in
seguito allo tsunami innescato dall'esplosione.
L'enorme voragine apertasi nel Mare della Sonda venne infatti immediatamente
riempita dalle acque ed il loro rimbalzo elastico originò una terribile
onda oceanica. In pochi minuti essa raggiunse le coste di Giava, Sumatra
e delle isole che si affacciavano sullo stretto della Sonda riversandosi
sulle popolazioni dei villaggi costieri con muri d'acqua alti quasi 40
metri: si stima che più di 300 fra città e villaggi furono
sommersi e ben 36.000 persone trovarono la morte in quell'evento.
L'isola di Calymer, immediatamente a ovest di Krakatau, venne completamente
sommersa dalle acque; stessa sorte capitò alla cittadina di Teluk
Batung nell'Isola di Sumatra (baia di Lampung) completamente ricoperta
dalle acque con i suoi 5000 abitanti e addirittura scavalcata da una nave
da guerra olandese, la Berouw, depositata dalle onde oltre un km e mezzo
oltre il villaggio verso l'interno dell'isola. Due ore dopo l'esplosione
le onde irruppero nel porto di Giakarta (allora si chiamava Batavia) distruggendo
6000 navi qui ormeggiate, da piccoli battelli fino a vapori di maggiori
dimensioni; sette ore più tardi anche il porto di Calcutta (India)
fu interessato dallo tsunami, che travolse e affondò 3000 battelli
fluviali. Onde anomale di minore intensità furono registrate negli
oceani di tutto il globo: raggiunsero Aden in 12 ore (la distanza è
di oltre 7.000 km) e provocarono qualche danno persino a Port Elizabeth
(Sud Africa), a 8000 km di distanza dal Krakatau, dove molte navi ruppero
gli ormeggi.
Nell'immagine è mostrata la situazione topografica della zona ai
nostri giorni: in essa è stato tratteggiato il profilo dell'isola
prima di quel tragico 26 agosto 1883. Le isole di Verlaten e Lang sono
i resti dell'esplosione del vulcano avvenuta nel 416 a.C. e segnano il
contorno della caldera originatasi in quella circostanza. Alcune parole
vanno spese a proposito dell'isoletta Anak Krakatau: la traduzione letterale
del toponimo è "Figlio di Krakatau" e si tratta di una
piccola isola vulcanica emersa dal mare a seguito di frequenti eruzioni
di modesta entità verificatesi a partire dal 1927. Le misurazioni
dell'isola effettuate da una spedizione scientifica del 1960 ci dicono
che il diametro di Anak Krakatau è di circa 1,5 km, la sua altezza
sul livello del mare è 166 metri e la parte sud è completamente
occupata da un cratere vulcanico di 600 metri di diametro, tuttora sede
di fenomeni eruttivi. E non nego che l'idea che subito mi è balzata
in mente (forse banale, ma forse non del tutto... ) è che il Krakatau
sia di nuovo indaffarato a prepararsi il terreno per un nuovo gigantesco
spettacolo pirotecnico, sperando, però, che questa volta si riesca
a limitarne drasticamente l'effetto, almeno per quanto riguarda il tragico
bilancio in vite umane...
Tsunami
da impatto Uno studio recente e accurato dello tsunami generato dalla caduta
nell'Oceano Atlantico di un piccolo asteroide (diametro inferiore al chilometro)
è stato compiuto da Jack Hills e Charles Mader del Los Alamos National
Laboratory e presentato nella Conferenza Internazionale sulla Difesa del
Pianeta svoltasi a Livermore (California - USA) dal 22 al 26 maggio 1995.
Per chi volesse saperne di più, oltre che consigliare - come è
doveroso - la lettura della relazione dei due studiosi, in calce a questa
mia chiacchierata riporto una breve nota matematica con il riassunto delle
formule proposte nello studio citato. Nel loro lavoro Hills e Mader ipotizzano
la caduta di un asteroide in un punto qualunque dell'Oceano Atlantico
analizzando le dimensioni dello tsunami prodotto da tale evento ed i risultati
che emergono sono davvero impressionanti. Nel caso di un impatto con un
asteroide del diametro di 400 metri, si produrrebbero onde oceaniche di
4 metri che, una volta giunte in prossimità delle coste, si trasformerebbero
in onde di tsunami di 40 metri destinate a penetrare per molti km all'interno
della terraferma.
Se poi, aggiungono i ricercatori, si dovesse ipotizzare la caduta di un
asteroide del diametro di 5 km (un oggetto decisamente grande, in grado
di formare una cavità transiente larga 150 km e profonda come l'oceano,
ma che, comunque, sarebbe di un ordine di grandezza meno massiccio di
quello che si ritiene il responsabile dell'evento K/T), si innescherebbero
onde oceaniche caratterizzate da una ampiezza dell'ordine del centinaio
di metri che, interagendo con la terraferma, darebbero origine a vere
e proprie montagne di acqua in grado di ricoprire la costa orientale degli
Stati Uniti spingendosi fino alle pendici dei Monti Appalachi. Grazie
alla conformazione della piattaforma continentale in grado di contenere
il moto ondoso, l'Europa sarebbe colpita in minore misura, ma con risultati
ugualmente devastanti.
La zona che risentirebbe maggiormente degli spaventosi effetti dello tsunami
innescato da questa caduta nel centro dell'Atlantico sarebbe, con molta
probabilità, la penisola Iberica, dal momento che non presenta
praticamente piattaforma continentale; questa situazione particolarmente
sfavorevole potrebbe quasi essere giudicata prevedibile, visto quanto
accadde in occasione del terremoto che rase al suolo Lisbona il 1°
novembre del 1755 provocando 40.000 vittime, con la città portoghese
inondata dall'oceano ed un runup valutato di oltre 12 metri.
Proprio considerando che ambedue le coste dell'oceano sarebbero ugualmente
interessate dal fenomeno, i due ricercatori suggeriscono che sarebbe fondamentale
il rinvenimento di tracce coeve di mondazioni sia lungo la costa orientale
degli Stati Uniti che lungo quelle dell'Europa: sarebbe veramente la prova
schiacciante che eventi come quello ipotizzato possano essere accaduti
nel passato. E non è fantascienza ipotizzare un tale rinvenimento,
dal momento che sul nostro pianeta è già stata scoperta
più di una traccia di giganteschi tsunami avvenuti nel passato,
basti per tutti citare il ritrovamento (lo studio, del 1993, è
dei ricercatori C. Johnson e D. King) di depositi corallini non consolidati
ad una quota di 326 metri sul livello del mare nell'isola di Lanai nell'arcipelago
hawaiano.
Ipotizzando un impatto nel Mediterraneo in due diverse zone: la prima
nel Bacino Algerino-Provenzale (tra la Sardegna e le Isole Baleari) nel
punto di massima profondità (2800 metri) e la seconda nel Bacino
Ionico (tra la Sicilia e Creta) in una zona in cui la profondità
del mare raggiunge i 4300 metri (vedi disegno).
Prendiamo in considerazione un asteroide di tipo roccioso (diametro di
400 metri), dotato di una velocità di 20 km/sec e, pertanto, di
un carico energetico dell'ordine di 5 Gton.
La situazione descritta si può configurare (usando la terminologia
corrente) come un impatto in acque basse, dal momento che le dimensioni
verticali della cavità transiente (nel caso di un asteroide con
dimensioni di 400 metri è ipotizzabile un valore di 4800 metri)
superano la profondità del mare, e questo anche nel caso del Bacino
Ionico.
I dati numerici ottenibili dall'applicazione delle formule sono riportati
nelle tabelle seguenti, in merito alle quali è opportuno introdurre
alcune note esplicative:
• II valore dell'altezza dell'onda oceanica è riferito al
livello medio iniziale della superficie marina; trattandosi di un moto
ondoso, a questa "salita" seguirà, naturalmente, anche
un avvallamento all'incirca di pari altezza.
• II runup è stato calcolato semplicemente valutandolo 10
volte l'onda oceanica, dunque affidandosi a valori medi e senza considerare
l'andamento batimetrico dei fondali.
• La distanza alla quale può spingersi nell'entroterra l'acqua
dello tsunami è stata calcolata ipotizzando una morfologia superficiale
intermedia (né troppo liscia né troppo rugosa), con un Numero
di Manning n = 0.03 e senza tenere conto dell'andamento orografico delle
regioni costiere considerate.
Bacino Algerico-Provenzale
Località
Onda oceanica
Runup
Distanza
Isole Baleari
> 15 m
> 150 m
> 51 km
Costa Algerina
12 m
120 m
38 km
Coste Sardegna Occidentale
15 m
150 m
51 km
Costa Francese (Marsiglia)
7,5 m
75 m
20,5 km
Costa Ligure (Genova)
5 m
50 m
12 km
Bacino Ionico
Località
Onda oceanica
Runup
Distanza
Coste Sicilia Orientale
11,6 m
116 m
36,5 km
Golfo di Taranto
7,7 m
77 m
21 km
Pelopponneso
13,3 m
133 m
43,7 km
Costa Tunisina
6,2 m
62 m
15,8 km
Al di là delle considerazioni sulla
completa attendibilità dei risultati numerici proposti (ci sono
infatti troppi parametri ignorati o assunti con valori medi), resta il
fatto che se si verificasse un impatto nel Bacino del Mediterraneo le
regioni costiere dei Paesi che si affacciano su di esso verrebbero spazzate
via dalla violenza delle acque, situazione resa ancor più drammatica
dal fatto che gran parte degli insediamenti umani sono collocati proprio
nelle immediate vicinanze delle regioni costiere.
Ci mette un po' il cuore in pace il fatto che, accettando per buona la
frequenza di 100.000 anni per la caduta di un oggetto del diametro di
400 metri, il calcolo statistico della frequenza di un impatto come quelli
da me ipotizzati (ottenuto semplicemente rapportando la superficie occupata
dal Bacino del Mediterraneo alla superficie totale della Terra) porta
l'intervallo tra due eventi a più di 20 milioni di anni...
Certamente più frequente (valutato dell'ordine di un evento ogni
qualche centinaio di anni su tutta la superficie terrestre) è considerato
l'impatto di un oggetto di dimensioni paragonabili a quelle ipotizzate
per il responsabile dell'evento Tunguska del 1908, un corpo caratterizzato,
cioè, da un diametro di una cinquantina di metri.
Se per tale oggetto scegliamo, anziché una composizione di tipo
condritico come quella proposta da alcuni per l'impattare sibcriano, una
tipologia roccioso-metallica con densità di 3.5 g/cm3 ed una velocità
di impatto ancora di 20 km/sec, otteniamo un contenuto energetico di 10.9
Mton.
Ripetendo i calcoli, sempre considerando una caduta nel Bacino del Mediterraneo,
per valutare i fenomeni marini indotti da questa tipologia di impattori,
si ottengono i seguenti risultati:
Località
Onda oceanica
Runup
Distanza
Isole Baleari
> 2,3 m
> 23 m
> 4,2 km
Costa Algerina
1,9 m
19 m
3,3 km
Coste Sardegna Occidentale
2,3 m
23 m
4,2 km
Costa Francese (Marsiglia)
1,2 m
12 m
1,8 km
Costa Ligure (Genova)
0,8 m
8 m
1 km
Località
Onda oceanica
Runup
Distanza
Pelopponneso
1,3 m
13 m
2 km
Costa Tunisina
0,6 m
6 m
0,7 km
Costa Libica (Tripoli)
0,9 m
9 m
1,2 km
Costa Israeliana e Libanese
0,3 m
3 m
0,3 km
Le località, come si può
vedere, sono le stesse presentate nelle tabelle precedenti, e identiche
sono pure le annotazioni generiche colà riportate in merito al
calcolo del runup e della distanza di penetrazione nell’entroterra.
Per quanto riguarda il calcolo dell'onda oceanica, invece, è necessario
precisare che, trattandosi dì un evento configurarle come impatto
in acque profonde, è stata utilizzata la formula appropriata e
non più quella per bassi fondali impiegata in precedenza.
Notizie
storiche
Lo tsunami non è sicuramente un fenomeno limitato alla nostra epoca:
ci sono notizie storiche riguardanti inondazioni verificatesi durante
terremoti o eruzioni vulcaniche, racconti che descrivono i fatti con tale
accuratezza che non si può non ritenere l'autore un testimone oculare
o perlomeno in rapporto con una fonte autorevole. Ma questi racconti,
per loro natura, non ci possono dare dati scientificamente accettabili:
sappiamo per certo che "qualcosa" è accaduto, ma i parametri
di questo "qualcosa" ci sfuggono. Questo non significa, però,
che siamo a conoscenza di dati attendibili solamente per gli eventi contemporanei.
Se ci limitiamo agli tsunami caratterizzati da un runup superiore a 50
metri (praticamente una muraglia d'acqua in grado di competere in altezza
con la Torre di Pisa..), gli eventi dei quali possediamo una documentazione
sufficientemente precisa e attendibile sono tutt'altro che scarsi.
Bisogna sottolineare che non è automatico che tali eventi siano
in assoluto quelli che hanno provocato il maggior numero di vittime: è
infatti la densità di popolazione più che la violenza del
fenomeno a giocare il ruolo fondamentale in quel tragico bilancio. E'
comunque un ottimo set di dati per notare non solo la violenza che può
caratterizzare uno tsunami, ma anche la dislocazione geografica delle
zone più frequentemente interessate.
17.10.1737
Isola Bering
Giappone
60 m
29.08.1741
Isola Sado Giappone
Giappone
90 m
24.04.1771
Ara
Giappone
56.5 m
24.04.1771
Isola Ishigaki
Giappone
85.4 m
24.04.1771
Shiraho
Giappone
60 m
01.05.1792
Shimabara
Giappone
55 m
1853
Lituya Bay
Alaska
120 m
20.10.1880
Lituya Bay
Alaska
60 m
10.09.1899
Lituya Bay
Alaska
60 m
02.03.1933
Kaalualu
Hawaii
303 m
27.10.1936
Lituya Bay
Alaska
150 m
07.12.1944
Nachi River
Giappone
200 m
10.07.1958
Lituya Bay
Alaska
525 m
28.03.1964
Insenatura di Valdez
Alaska
70 m
09.08.1979
Isola Lomblen
Indonesia
120 m
Un secondo set di dati abbastanza significativo (questa
volta ci limitiamo agli ultimi 10 anni) sintetizza le caratteristiche
di alcuni tsunami particolarmente distruttivi, non solo per quanto riguarda
i danni al patrimonio, ma, più drammaticamente, per il loro pesante
bilancio di perdite di vite umane. Tutti questi eventi hanno avuto un
terremoto come causa scatenante, viene riportato nell'ultima colonna della
tabella dell'intensità del terremoto (gradi della scala Richter)
che ha innescato lo tsunami:
Nicaragua
02.09.1992
170
9,7 m
7.2 Richter
Indonesia (Flores)
12.12.1992
1000
26 m
7.5
Mar del Giappone
12.07.1993
330
31 m
7.6
Indonesia (Est Giava)
03.06.1994
250
14 m
7.8
Analizziamo in dettaglio alcuni tsunami
particolarmente significativi avvenuti negli ultimi cinquantanni, cominciando
da quello che il 1 aprile 1946 colpì l'Alaska e le isole Hawaii.
Il violentissimo terremoto (di magnitudo Richter 7.1) con epicentro nelle
Isole Aleutine innescò uno tsunami che colpì anzitutto l'Alaska,
ma raggiunse, 5 ore più tardi, le isole Hawaii, distanti 4500 chilometri.
Le immagini simbolo di questo tsunami possono essere quelle relative al
faro di Scotch Gap, posto sull'isola di Unimak (Alaska). La costruzione,
che si ergeva circa 10 metri sul livello del mare, venne spazzata via
dall'onda di tsunami ed i detriti furono sospinti fino ad una quota di
35 metri. Nell'evento persero la vita 5 persone.
Ma, come si diceva, non fu solo l'Alaska ad essere colpita: le Isole Hawaii
pagarono un tributo molto elevato contando 159 vittime. Tra questi anche
alcuni scolari che, incuriositi dall'iniziale ritiro delle acque, si avventurarono
nella zona di mare lasciata scoperta e non riuscirono poi a sfuggire al
violento ritomo dell'acqua. Il massimo runup venne registrato sulla Big
Island, a Polulu Valley: quasi 17 metri! E fu proprio la tragicità
di questo evento, che spinse le autorità governative, d'intesa
con gli scienziati, ad attivare il Pacific Tsunami Warning Center con
lo scopo di poter lanciare l'allarme nel caso si verifìcasse nuovamente
una situazione di pericolo. Lo tsunami del 22 maggio 1960, innescato dal
terremoto con epicentro al largo delle coste del Cile, è già
stato trattato. Un altro evento significativo si verificò il 28
marzo 1964 ed ebbe ancora come bersaglio l'Alaska. Il terremoto, il cui
epicentro venne localizzato nella Baia di Prince William Sound, fu innescato
da almeno quattro episodi di frane sottomarine: 106 furono le vittime
in quella circostanza, e circa un'ottantina di questi decessi è
imputabile all'azione dello tsunami. Con un salto di una decina d'anni,
passiamo ora all'evento del 12 luglio 1993. Il terremoto scatenante lo
tsunami fu di magnitudo 7.8 con epicentro nel Mar del Giappone, nei pressi
dell'Isola di Okkaido. Quando, una decina di giorni dopo l'accaduto, si
riuscì a stilare un bilancio attendibile dei danni, furono confermati
185 decessi, 120 dei quali attribuibili allo tsunami e danni materiali
stimabili intomo a 600 milioni di dollari, imputabili principalmente alla
distruzione operata dalla "grande onda". I valori dei runup
misurati raggiunsero i 30 metri nella zona costiera meridionale dell'Isola
di Okushiri.
Su quest'isola si registrò il maggior numero di decessi: Aonae,
una piccola località costiera di 1600 abitanti, fu duramente colpita
(114 vittime). Altri tsunami: lo tsunami innescato dall'esplosione del
vulcano Krakatoa nello stretto di Giava (Indonesia) il 26 agosto 1883
responsabile di oltre 36.000 vittime, il devastante tsunami del 17 luglio
1998 in Papua Nuova Guinea che causò 3.000 morti, il recentissimo
terremoto in Turchia (agosto 1999) causa delle ondate che hanno colpito
la cittadina di Izmit ed altri episodi ancora: ognuno devastante, ognuno
simile agli altri per il suo funesto carico di morti e distruzione, ma
ognuno caratterizzato da particolari che lo rendono terribilmente unico.
Si terrà a Messina, dal 29 al 31 Maggio 2008, un appuntamento “geologico – culturale – enogastronomico”, tema del Convegno “Geologia, cultura e sapori di Sicilia”.